PRIMA
DEI FARAONI
di Osvaldo Carigi
di Osvaldo Carigi
Intervista
allo studioso austriaco Reinhard Habeck.
La storia
dell’antico Egitto è costellata di meravigliose opere monumentali degne degli
dei che popolavano il pantheon di questo antico popolo, splendide testimonianze
che, sfidando le leggi del tempo, sono arrivate fino a noi in tutta la loro
accecante bellezza, serbando nel contempo molti misteri che negli anni hanno
acceso il dibattito tra egittologi ortodossi, studiosi più alternativi e
geologi. Tra i ricercatori non allineati alla corrente mainstream, e
decisamente schierato, invece, dalla parte della cosiddetta paleoastronautica,
c’è Reinhard Habeck, stimatissimo studioso austriaco, autore di diversi libri
tra cui il più famoso è stato tradotto anche in Italia, Impronte aliene sul
pianeta Terra (Armenia, gennaio 2009). A lui ci siamo rivolti per cercare una
risposta alla madre di tutte le domande, almeno per chi s’interessa di certe
tematiche extraterrestri: è possibile che sia stata una civiltà aliena a donare
agli antichi egizi parte delle loro straordinarie conoscenze?
Reinhard Habeck (RH): L’Egitto è il punto caldo per ogni ricercatore interessato a scoprire i segreti del nostro passato. Gli egittologi stimano che solo una parte del patrimonio dell’antico Egitto, forse dal 20 al 30 per cento, è stata scoperta, classificata e studiata. La maggior parte dei tesori faraonici sono ancora nascosti sotto la sabbia del deserto; considerati perduti, sono stati rubati oppure sono andati distrutti. Alcuni misteri sono davanti ai nostri occhi, eppure la ricerca li trascura, li ignora o addirittura li sopprime. Durante i miei viaggi nella terra dei faraoni mi sono sempre imbattuto in molte cose strane e inspiegabili che ricevono poca o nessuna attenzione nei media tradizionali; tra queste vi sono reliquie che testimoniano di una conoscenza high-tech nell’antichità. Molto di tutto questo è esplosivo e avvalora l’ipotesi del paleo-SETI secondo cui migliaia di anni fa potrebbero esserci stati contatti con civiltà extraterrestri. Se si segue la tesi della paleo-astronautica, gli “dei” di cui si tramanda nei miti non sono personaggi fiabeschi, ma creature in carne e ossa, visitatori alieni giunti sulla Terra migliaia di anni fa, influenzando, come maestri cosmici, il destino dell’umanità. Questo è, in sintesi, ciò che raccontano le tradizioni di molte antiche culture in tutto il mondo.
Osvaldo Carigi (OC): Nell’antico
Regno Egizio veniva adorato uno strano e antichissimo manufatto conosciuto come
Benben, di cui l’originale doveva trovarsi, secondo i miti egizi, a Eliopoli.
Nel libro “La luce dei Faraoni”, scritto da te e Peter Krassa, si legge che
questo oggetto era in grado «di scendere dal cielo sulla terra, sulla quale era
arrivato, all’inizio dei tempi, provenendo dallo spazio interplanetario»
guidato dal leggendario Thot, il dio del Sole. Zecharia Sitchin nel suo “Le
astronavi del Sinai” riporta la raffigurazione di quella che, a suo dire,
sembra una navicella spaziale il cui modulo di comando, collocato nella parte
superiore, era, probabilmente, anche la vera forma del Benben che ricorda una
moderna capsula spaziale. A conforto di questa somiglianza ricordiamo la
scoperta di un piramidale modello in pietra del Benben con tanto di porta
aperta dentro la quale troviamo l’immagine di Thot nell’atto di dare il
benvenuto. Questa pietra «volante e scintillante» viene identificata con Benu,
l’Uccello sacro e la Fenice. Secondo Peter Fiebag «L’Uccello Fenice/Benu che si
alza dalle sue ceneri simboleggia gli effetti della combustione (‘ceneri’)
originati sulla pista di decollo dall’ascesa periodica del medesimo uccello
che, con sorpresa di tutti gli astanti, non riportava alcuna bruciatura».
RH: C’è un legame
tra la pietra del Benben, simile all’obelisco, e la prima apparizione degli
“dèi”. Allo stesso modo, come hai giustamente evidenziato, viene identificata
con il mitico uccello Benu e la leggenda della Fenice. Secondo il mito, la
pietra del Benben era un «luogo rialzato», chiamato anche «dimora degli dei» o
«camera celeste». Secondo la mitologia egizia, questo trono del cielo, simile a
una piramide, poteva volare e sembrava «una pietra dura e lucente». Nel Museo
Egizio del Cairo sono esposte stele e punte di piramidi di varie dinastie, che
rappresentano il dio del Sole all’interno della sua «camera celeste», con una
porta aperta, non dissimile da una moderna capsula spaziale.
OC: Mi dicevi, a
margine di questa intervista, che uno dei tuoi faraoni preferiti è Pepi I, la
cui ascesa al cielo, per come è stata descritta, può far pensare al decollo di
uno space shuttle: “Il cielo parla, la terra sobbalza, la terra trema: i due
sovrani degli dei chiamano, Il suolo si apre quando il re sale in cielo, quando
egli vola sopra la volta. La terra ride, il cielo sorride quando il re sale su
nel cielo. Il cielo tripudia per lui, la terra trema per lui. La tempesta
tonante lo spinge, tuona come Seth. I custodi del cielo gli aprono le porte”.
RH: Al piano terra
del Museo Egizio si possono vedere due singolari statue cave in bronzo, una
alta 177 cm, l’altra, che si trova all’interno di quella grande, di soli 65 cm.
Rappresentano il re Pepi I e probabilmente il suo ringiovanimento o il figlio.
Pepi, che governò l’Egitto nell’Antico Regno intorno al 2270 a.C., è uno dei
miei preferiti. Conosciamo la tradizione di Enoch e di altri patriarchi dell’Antico
Testamento, che furono portati nello spazio dagli dei. Anche re Pepi era un
prescelto. La sua piramide, in parte fatiscente, a sud di Saqqara, in origine
era alta 53 metri, oggi è solo 12 metri. Si trova al di fuori della zona
turistica e può essere visitata ufficiosamente a cavallo o a dorso di cammello.
Ci sono andato con la mia compagna Elvira, e siamo andati anche alla piramide
del suo successore, Pepi II e alla fantastica tomba Mastaba del re Shepseskaf,
della quarta dinastia, intorno al 2500 a.C. La regione è ancora inesplorata e
gli scavi continuano ancora oggi. Ma restiamo con Pepi I. Nel 1881, l’egittologo
francese Gaston Maspero riuscì a penetrare nel sistema di camere sotterranee
della piramide di Pepi. Non v’era traccia della mummia del re, ma è stata la
prima volta che sono stati trovati in una tomba i testi delle piramidi.
Raccontano che re Pepi doveva essere vestito con certi abiti prima di ascendere
al cielo, «adornato come Horus e Seth». Quando Pepi va verso le stelle la cosa
diventa rumorosa. Nel testo originale si legge «Il cielo parla, la terra trema,
la terra trema, le due zone degli dei chiamano, la terra si rompe quando il re
sale in cielo quando scavalca la volta». Non fluttua soltanto
nell’immaginazione, ma è guidato da una “tempesta fragorosa”. Ma perché, se è
morto? «Tuona come Seth e gli osservatori del cielo gli aprono le porte». Non
sembra il canto di dolore di un defunto. Nel testo della piramide si parla di
testimoni oculari e osservatori dell’incredibile spettacolo che restano sulla
terra e «vedono il re volare come un falco, come un dio». E ancora, «Il re è un
toro celeste, la cui pancia è piena di magia dall’isola delle fiamme».
OC: Certe
descrizioni di movimenti ascensionali ricordano la partenza di velivoli verso
lo spazio. Questo cosa ci dice?
RH: Mi dice una
cosa: le dinastie faraoniche e il rapido sviluppo verso l’alto dell’antico
Egitto sono stati fondati dagli “dei” descritti nella mitologia. Non erano però
“dei” astratti, ma visitatori del cosmo - extraterrestri -, la cui conoscenza
superiore ha reso il paese sul Nilo una potenza mondiale. Gli egittologi
suppongono che i racconti degli dei siano solo favole inventate. Come facciamo
a saperlo? Se, d’altra parte, si prendono in parola le descrizioni
tradizionali, si può certamente - con le conoscenze odierne - arrivare
all’interpretazione utopistica dei visitatori del cosmo. Esseri soprannaturali
che, a causa della loro tecnologia superiore e incompresa, erano venerati dai
nostri antenati come dei, portatori celesti della conoscenza. Non solo tra i
faraoni, ma anche tra molte culture estinte in tutto il mondo.
OC: 1978. Egitto. Il
professor Sakuji Yoshimura, docente dell’Università Waseda di Tokio, a capo di
un team composto da ingegneri, archeologi e operai locali, tenta di costruire,
seguendo la tecnica “carrucole, corde e rulli”, riconosciuta dall’archeologia
ortodossa, una piramide alta 12 metri, in pratica una copia di quelle
originali. L’esperimento, autorizzato con malcelato sospetto dal governo
egiziano e fonte d’interesse e scalpore per i media internazionali, non ebbe
però successo in quanto non si riuscì ad andare oltre uno sgangherato mozzicone
di piramide, per di più puntellato in quanto pericolante. Le autorità locali ne
ebbero abbastanza dei tentativi del team nipponico e vietarono il proseguimento
dei lavori. Uno dei punti più tragicomici di questa storia, riportata nel libro
“La luce dei Faraoni”, che fu la classica goccia che fece traboccare il vaso (e
la pazienza degli egiziani), col tentativo di trasportare enormi blocchi di
pietra dalla cava al cantiere usando carrucole primitive; tentativo
fallimentare per cui si dovette ricorrere agli autocarri (che, ovviamente, gli
antichi egizi non avevano, giusto?). Ma non è tutto: «le gigantesche lastre di
pietra furono fresate sul posto affinché si adattassero le une alle altre. E
infine, giacché al professor Yoshimura il tempo a disposizione cominciava a
esaurirsi, si dovettero utilizzare delle gru (!!) per aiutare gli operai
egiziani, esausti dal lavoro incessante». Chi ha costruito le piramidi e con
quale tecnica? Perché vennero edificate?
RH: Le questioni
riguardanti l’età, lo scopo e il metodo di costruzione sono ancora irrisolte.
Secondo la dottrina egittologica, le piramidi di Giza furono costruite circa
4500 anni fa ed erano le tombe dei faraoni. Si dice che siano state costruite
con l’aiuto di rampe, ma i dubbi su questa versione ufficiale sono
giustificati. Soprattutto il capolavoro preciso e strutturale della Grande
Piramide è stupefacente. Si dice che la “meraviglia del mondo” sia stata
costruita nel corso di vent’anni, ma non sappiamo come abbiano funzionato in
pratica il trasporto e l’installazione di 2,6 milioni di tonnellate di carichi
pesanti, la maggior parte dei quali portati dalla cava di Assuan a centinaia di
chilometri di distanza. Alcuni blocchi sono costituiti dalle rocce più dure
come il granito, il basalto e la diorite. Non avrebbero potuto essere lavorati
con normali utensili in rame. Ma si dice che gli utensili di ferro non esistessero
a quel tempo. La lavorazione di molte pietre resta un mistero, me l’hanno
confermato gli egittologi stessi. Sono state utilizzate macchine speciali?
Apparecchiature ad alta tecnologia di cui non sappiamo più nulla? Molti
ricercatori pensano che sia possibile. Il problema è che non ci sono fonti
scritte sulla costruzione delle piramidi. Forse esistevano, ma si sono perse
nell’incendio della Biblioteca di Alessandria, per esempio. Oppure non c’erano
documenti perché le piramidi esistevano molto prima dei faraoni? Questo
potrebbe spiegare perché gli edifici sono anonimi. Ma il mistero s’intensifica
perché era l’età della pietra, dove, secondo le nostre conoscenze, nessun
essere umano avrebbe potuto costruire una piramide. Forse ci sono ancora dei
documenti all’interno di camere nascoste che potrebbero fornire informazioni in
merito. Le ultime scansioni piramidali e le scoperte di spazi vuoti fanno ben
sperare. In ogni caso, i segreti delle piramidi e le sorprendenti conoscenze
preistoriche sono ben lungi dall’essere risolti.
OC: Recentemente hai compiuto alcuni viaggi interessanti tra piramidi, cripte e luoghi sacri…
RH: Sì, sono stato all’interno delle piramidi di Chefren, Micerino, Henutsen, Unas, Hawara, Lahun, Meidum, così come nella piramide di Knick, accessibile da poco tempo, e nella “Piramide Rossa”, entrambe a Dahshur. Sono anche strisciato in labirinti, catacombe e cripte, per esempio a Tuna Al-Gebel, con milioni di mummie animali; il Serapeum a Saqqara, con giganteschi “sarcofagi di granito” del peso di 100 tonnellate, fuori dai sentieri turistici ad Abydos o negli inferi di Dendera. Ho visitato anche luoghi sacri come il Marienoun di Zeitoun al Cairo, dove, dal 1968 al 1971, si sono verificati ripetuti fenomeni luminosi fotografati da migliaia di spettatori, tra cui ecclesiastici e scienziati. Il caso è ben documentato. Ciò che ha causato questi fenomeni resta sconosciuto. È interessante il fatto che questo sito sia molto vicino a quello della pubblicazione delle tavolette di Eliopoli dove, secondo la leggenda, il dio del sole Ra, assieme agli dei primordiali, salirono per la prima volta dal cielo con la “pietra del Benben”, dando inizio al mito egizio della creazione. È anche il luogo mitico da cui gli “dei” hanno iniziato il loro viaggio di ritorno a casa, nello spazio, verso le stelle!
OC: Quando si parla
di misteri riguardanti le piramidi non si può non porre in giusta evidenza
quelli inerenti la Gande Piramide. Ne “La scienza misteriosa dei Faraoni” di
Moreus, leggiamo che questa piramide «edificata con cura e diligenza non porta
alcuna iscrizione… non vi si scorge traccia di decorazione… né alcun segno che
lasci intendere la loro funzione. Invece del sarcofago, nella stanza del Re, è
posto un cofano. La Grande Piramide non è dunque una tomba. A quale scopo fu
eretta? Mistero». Come giunsero gli egizi a misurare la Terra, a stabilirne il
peso e a conoscerne la forma? Quali mezzi ebbero a disposizione per scrutare le
profondità del cielo e misurare la distanza tra la Terra e il Sole? Conoscenze
che risultano dalle misure della piramide di Cheope…
RH: Grazie a un permesso speciale, alcune settimane fa ho potuto soggiornare nella Piramide di Cheope, per la quarta volta. Ho potuto esaminare meticolosamente e a lungo i giganteschi miracoli di pietra, dalla camera reale, la grande galleria, la camera della regina e i “condotti d’aria” fino alla camera di roccia. Lì ho visto cose che gli spiriti dubbiosi non vedranno mai. Purtroppo, perché se lo facessero, potrebbero rendersi conto che alcune delle loro critiche (per lo più preconcette) sono rivolte al nulla. Ci sono molte speculazioni sulla Grande Piramide e sulla sua funzione. Era davvero la tomba del faraone Cheope, come sostiene l’Egittologia? L’opera è anonima e il corpo di Cheope non è mai stato trovato. Allo stesso modo, non c’è traccia di nessuna delle altre mummie reali dell’Antico Regno, quando le dinastie dei faraoni vennero fondate. I sarcofagi delle piramidi erano sempre vuoti quando furono scoperti. Sono arrivati prima i ladri di tombe? Oppure le piramidi, originariamente, avevano una funzione completamente diversa? Ancora molte domande restano aperte e ci sono ancora delle incongruenze sull’età, la costruzione, i corridoi e le nuove camere che sono state localizzate con l’ultimo progetto di scansione delle piramidi da ricercatori giapponesi e francesi. Sono stato più volte nella camera incompiuta e per molto tempo, 30 metri sotto la piramide di Cheope. È uno dei luoghi più strani del mondo. Non mi sorprenderei se il quadrato fosse stato sacro e speciale anche prima della costruzione della Grande Piramide. In questa stanza ci sono delle nicchie particolari con blocchi cuboidi di pietra e un trono di pietra il cui significato originale resta un mistero. Si dice che la stanza sia stato il primo tentativo infruttuoso di costruire una tomba per il faraone Cheope, ma il suo sarcofago non sarebbe entrato in questa camera attraverso lo stretto corridoio. Non è chiaro nemmeno il significato di un pozzo profondo 11 metri e di uno stretto tunnel che conduce esattamente a sud del cosiddetto “pozzo di Osiride” e alla Grande Sfinge, che però termina improvvisamente dopo 16 metri. Perché tutto questo sforzo? I resti di quelle tombe nella camera rocciosa della “piramide di Cheope “ potrebbero essersi trovati dove sono stati sepolti gli antenati “divini” dei faraoni successivi? Sul Papiro Reale di Torino, nel Museo Egizio di Torino, sono nominati gli antenati e le dinastie degli dei, ma l’egittologia li ha relegati al regno della fantasia a causa della datazione. Se le fonti venissero riconosciute, l’egittologia ufficale avrebbe un problema: ci ritroveremmo in un passato lontano, millenni prima dei faraoni.
OC: Egitto, località Dendera, 60 km circa a nord di Luxor, 1799. «Non cercherò di descrivere l’impressione che soprattutto il portico del grande tempio fece su di noi. Se ne possono dare le misure ma è impossibile darne un’idea adeguata. Esso rappresenta nel più alto grado possibile il connubio della grazia con la maestà. Rimanemmo lì due ore, estasiati vagando tra i porticati con quel povero tapino del fellah e sforzandoci di leggere al chiarore della luna le iscrizioni all’esterno». (da Civiltà sepolte di C.W. Ceram). Con queste parole l’archeologo ed egittologo Jean François Champollion consegnò ai posteri la sua emozione nel trovarsi al cospetto di uno dei più grandi templi dell’antico Egitto. Dedicato alla dea Hathor, venne iniziato nel I secolo a.C. e successivamente ampliato dai faraoni della XII dinastia, Thutmosis III, Ramses II, i Tolomei, Augusto, Nerva, per finire con Domiziano e Traiano, ai quali si deve la porta e il muro di cinta. Una meraviglia che ha celato per secoli nelle proprie viscere quella che, secondo alcuni studiosi eretici, viene interpretata come la testimonianza di un antico sapere tecnologico.
Egitto, Dendera,
Tempio della dea Athor, 1857. Il francese Auguste Mariette penetra nei
sotterranei scoprendo ampie stanze che, una volta ripulite dalla sabbia accumulatasi
nel corso dei secoli, appaiono istoriate di bassorilievi e geroglifici
riportati poi dallo stesso egittologo nella sua monumentale opera su Dendera
dove, alla Tavola III, 44, troviamo quanto ci interessa.
Scrive Mariette: «I testi descrivono la scena, ma non ne danno il senso». La scena è quella dove sono raffigurate le cosiddette famose “lampade” di Dendera, che si possono ammirare all’interno della quarta cripta nei sotterranei del tempio. L’archeologia ufficiale rifiuta ogni interpretazione che riconduca a lampade, fili elettrici e accumulatori queste scoperte, affermando che si tratti solo della raffigurazione di una cerimonia di culto. Reinhard, a te la parola.
RH: Il Santuario di Hathor custodisce altri segreti, perché quasi ogni superficie, anche la più piccola, è piena di geroglifici e illustrazioni. Un affascinante documento di pietra, costruito per trasmettere la conoscenza. Conoscenze che riflettono anche processi elettrici? Per verificare questa tesi e per filtrare tecnicamente meglio tutte le informazioni, sarebbe necessario rianalizzare tutte le rappresentazioni di Dendera. Finora i linguisti hanno avuto grandissime difficoltà a tradurre. All’epoca, la classe sacerdotale usava una sorta di scrittura segreta, simile a quella degli scienziati moderni, che oggi usano termini informatici per lo più incomprensibili come “linguaggio segreto” per i profani. Inoltre, il carattere tipografico nel suo complesso è cambiato più volte nel corso dei millenni. Le parole hanno spesso molteplici significati. Nel 1869, il pioniere francese di Dendera, Auguste Mariette, pubblicò i suoi appunti sul tempio di Hathor in un’opera in cinque volumi. Il fatto che Mariette non abbia compreso il significato effettivo delle singole rappresentazioni non deve essere imputato a lui. Solo nel 1871 l’americano Thomas Alva Edison era riuscito a sviluppare la lampadina – secondo l’avido disegnatore nelle catacombe della dea Hathor prima non c’erano possibilità di confronto. L’elettricità non ha avuto alcun ruolo nel mondo di Auguste Mariette; probabilmente lavorava alla luce di una lampada a olio.
«Anche se all’epoca
Mariette non vedeva nulla di sensato in questi disegni - osserva giustamente il
danese Tons Brunés - è tuttavia sorprendente che oggi non sia stato fatto alcun
tentativo di reinterpretare questo particolare materiale pittorico, perché con
la nostra conoscenza dell’elettricità e dei processi elettrici non ci vuole
molta immaginazione per riconoscere la fonte di energia, l’elettricità, in
queste rappresentazioni».
OC: Gli antichi sacerdoti egizi conoscevano l’elettricità?
RH: Io sostengo che
gli antichi sacerdoti egizi - scienziati del loro tempo - possedevano già
dispositivi per sfruttare l’energia generata artificialmente. Me ne sono occupato
in dettaglio in diverse pubblicazioni dal 1979, tra gli altri insieme a Peter
Krassa (1938-2005) nel nostro saggio del 1982 “Licht für den Pharao” e nel 1992
nel libro “Das Licht der Pharaonen”. L’ispirazione per il nostro studio è
venuta dai misteriosi rilievi del tempio Hathor di Dendera, 55 chilometri a
nord di Luxor, nell’Alto Egitto. Il tempio principale venne più volte distrutto
e più volte ricostruito, da ultimo nel periodo greco-romano intorno al 50 a.C.
Una parete mostra la rappresentazione sovradimensionata di Cleopatra, l’ultima
regina dell’impero tolemaico egiziano. Tuttavia, il “documento di costruzione
di Dendera” registrato dall’egittologo tedesco Hans Dümichen nel 1877 risale
all’inizio delle prime dinastie faraoniche, intorno al 3000 a.C. Il tempio
principale, il resto di un enorme quartiere di templi, sporge solo due quinti
sopra la superficie della terra. Sotto il pavimento del deserto si trovano
dodici strette cripte, divise su più piani e circondate da mura spesse fino a
due metri. Qualunque cosa vi venisse conservata in passato deve essere stata
molto importante e preziosa e nascosta a occhi non autorizzati. Quattro decenni
fa, da giovane, mi sono recato per la prima volta a Dendera per scoprire il
mistero del tempio e i suoi straordinari rilievi. La visita e la discesa negli
inferi del Santuario di Hathor valgono la pena. I misteriosi rilievi sulle
pareti non interessavano quasi a nessuno nel 1980; se ne sapeva poco all’epoca.
Ora molte cose sono cambiate. Una delle 12 cripte è aperta ai visitatori e vi
si possono vedere cose uniche che non hanno una controparte in Egitto o altrove:
rappresentazioni di figure umane accanto a formazioni a bolle d’aria, che possono
ricordare “lampadine sovradimensionate”. All’interno di questi oggetti simili a
pere si possono vedere dei “serpenti” che si muovono a onde.
OC: Visto il tempo
in cui vennero realizzati questi bassorilievi, si può avere l’impressione di
trovarsi al cospetto di una sorprendente rappresentazione di scariche
elettriche?
RH: L’impressione è
quella, perché i serpenti emergono dalla punta centrale di un fiore di loto,
fisicamente rappresentato in modo corretto, perché anche nelle moderne lampade
da terra l’intensità di campo è maggiore al centro. Da lì un tubo a forma di
cavo conduce a un contenitore rettangolare, che fa pensare a una sorta di
dispositivo di immagazzinamento dell’energia. Una figura inginocchiata mostra
il dio dell’aria. Un riferimento ai vapori ionizzati? Le formazioni a lampada
sono di solito sostenute da cosiddetti pilastri djed, con due formazioni a
forma di braccio, che in alcune immagini sono a contatto con i “serpenti”.
OC: L’ingegnere
elettrotecnico Tons Bruné, descrivendo le raffigurazioni in rilievo di Dendera,
cita, tra l’altro, un oggetto che, a suo dire, non può non somigliare a un
qualcosa in uso nell’erogazione di energia elettrica “elevata”: «I supporti
poggiano su un sostegno, un cosiddetto pilastro djed. Chiunque possieda
conoscenze tecniche direbbe che in questo contesto l’oggetto in questione ricorda
molto un isolatore del tipo di quelli usati in impianti ad alta tensione».
Cosa sono i
pilastri djed?
RH: L’egittologia classica non è mai riuscita a spiegare in modo chiaro e logico questi strani “pilastri”, che appaiono già nelle tombe più antiche intorno al 3000 a.C. Parliamo vagamente di un “simbolo di permanenza”, di un “feticcio preistorico”, di un “albero defogliato”, di un “palo con tacche”, o di un “segno di fertilità” o della “spina dorsale simbolica di Osiride”. È certo che il termine djed ha sempre avuto a che fare con “permanenza”, “durata” e “potere”. La sorprendente somiglianza di questi supporti con i moderni isolatori ad alta tensione è solo una bizzarra coincidenza? Ogni dettaglio mostrato sui rilievi sembra avere una sua specifica funzione. L’energia gioca ovviamente un ruolo speciale. Le figure sotto le “pere” potrebbero essere l’espressione simbolica della tensione, mentre gli uomini inginocchiati potrebbero essere spiegati come la tensione opposta tra il fiore di loto e i “bracci dei pilastri djed”.
OC: Le lampade di
Dendera però non sembrano le uniche testimonianze del fatto che nell’antico
Egitto esistesse una conoscenza scientifica superiore. Inoltre, non solo
dall’Egitto ci arrivano testimonianze di oggetti luminosi, che, stando alle
descrizioni sembrano artificiali, nel nostro antico passato.
RH: Sant’Augusto
(354 - 430 d.C.), filosofo e maestro di chiesa, riferisce di una “lampada
magica” che ha dato luce senza interruzioni in un tempio pagano di Iside. Il
vento e il tempo non potevano danneggiare quella luce. C’era un tempio di Iside
a Dendera? Si dice siano esistite lampade miracolose come questa in Egitto. Lo
scienziato naturalista Athanasius Kirchner (1601-1680) annotò del ritrovamento
di una “lampada ardente” nelle volte sotterranee dell’antica capitale egiziana
Memphis. Ma il passato elettrotecnico dell’Egitto sembra riflettersi anche nella
letteratura araba. Murtadi, ad esempio, scrive di meravigliosi effetti di luce creati
dai i maghi d’Egitto, che facevano “splendere i loro volti” come il sole. Anche
l’occultista ebreo Eliphas Lévi riferisce nei suoi scritti che nell’antichità
devono esserci stati esperimenti tecnici con fonti di energia. Lévi racconta
del potere dei sacerdoti egizi, in grado di “avvolgere gli edifici del tempio
nelle nuvole” e farli risplendere “con una chiarezza soprannaturale”. Durante
il giorno era diventato “improvvisamente buio nelle vicinanze, di notte a volte
luminoso come il giorno”. Le lampade si
erano improvvisamente “accese da sole” e le immagini degli dei avevano
brillato.
OC: Parliamo di Thot
e di come la sua figura divina si sposi con la teoria degli antichi astronauti…
RH: Thot, raffigurato come un uomo con la testa di un ibis o come un
babbuino, è una delle figure divine più interessanti della mitologia egizia. La
sua origine è oscura. Si dice che dalle stelle abbia portato la conoscenza
sulla Terra; era il dio dell’intelligenza, considerato l’inventore del
linguaggio e della scrittura; era “signore del tempo”, introdusse il calendario
ed era il timoniere nella chiatta del dio del sole Ra. Il famoso Libro Egizio
dei Morti è attribuito a lui. Viene equiparato dagli antichi greci a Ermes,
messaggero degli dei, e nella tarda antichità era ulteriormente venerato come
Ermete Trismegisto. Ermete, a sua volta, fu equiparato a Saurid e al profeta
Enoch, che, secondo fonti arabe, avrebbe dato l’ordine di costruire la Grande
Piramide prima del Diluvio. Queste fantastiche leggende sul dio della
conoscenza Thot contraddicono la dottrina ufficiale e non sono prese sul serio
dall’Egittologia. Thot era un genio universale. Restano solo alcuni dei suoi
luoghi di culto; ho visitato le rovine di Ermopoli, le catacombe di Tuna el Gebel,
nell’Egitto centrale. Purtroppo è quasi tutto distrutto ma il simbolo del
“disco alato del Sole” è esposto su quasi tutti i templi egizi. Lo aveva voluto
Thot, come prova della precedente presenza degli dei. Per i sostenitori della
teoria degli antichi astronauti, Thot non è un’invenzione di fantasia, ma un
maestro delle profondità dello spazio, che diede l’impulso decisivo alla
civiltà umana. Da notare che in alcuni casi, anche importanti come l’UFO crash
di Roswell, i simboli alieni sui velivoli sono stati accostati ai geroglifici
egizi.
OC: Come viene
descritta la venuta di Toth e qual è il significato del suo nome?
RH: L’origine di
Thot è un mistero. Secondo la tradizione, una pietra che brilla o un uovo
segreto si insediò su una collina primordiale di Ermopoli e ne uscì il “grande
bianco”, “lo splendente”, ovvero Thot. In un altro punto dei testi della
piramide si parla del grande trono celeste da cui Thot una volta discese.
Questo “luogo del trono” è inteso dagli egittologi come un cosmo: Thot sarebbe
venuto sulla Terra dallo spazio. L’approdo degli dei si chiama Ermopoli, la
città degli otto dei primordiali, dove l’uccello cicogna Ibis “raggiante e
splendente” si fuse con il babbuino, il “grande bianco”, per formare Thot. Non
si sa se uno dei due animali avesse un culto a Ermopoli prima della comparsa di
Thot. Anche l’origine e il significato del nome Thot causa problemi agli
studiosi. Linguisticamente, sembra una derivazione del nome di un luogo, ma si
cerca invano topograficamente in Egitto. Thot sembra essere sceso improvvisamente
dall’alto. Nel periodo Thinite, intorno al 3000 a.C., Thot entra per la prima
volta sulla scena di Ermopoli e fu quello il momento in cui l’Egitto passò
dell’età della pietra medievale fino al “miracolo” dell’improvvisa civiltà
faraonica avanzata.
OC: Se Toth era un
essere vivente, poi mitizzato, il suo vero aspetto potrebbe essere stato quello
di un umanoide (abbastanza ricorrente nelle testimonianze di incontri
ravvicinati del terzo tipo) raffigurato come un babbuino. Ma perché gli egizi
rappresentavano gli dei (alieni) con sembianze ibride uomo-animale? Poteva
essere quello l’aspetto di questi esseri venuti dallo spazio? In alcuni resoconti
di incontri ravvicinati con entità aliene, i testimoni hanno riferito di
essersi trovati al cospetto di creature umanoidi, bipedi, dall’aspetto “animalesco”
- rettliani, insettoidi.
RH: Possiamo solo
speculare sull’aspetto di Thot. Se nei testi antichi si dice che proveniva da
una “pietra d’oro splendente” o da un “uovo segreto”, questo sarebbe un
riferimento al suo culto come un ibis cicogna uccello. Ma forse questa
descrizione si riferisce solo al veicolo celeste. Il suo vero aspetto umanoide,
piuttosto, potrebbe avere la forma di un babbuino. Lo dice lui stesso sulla lapide
del re Mer-en-Ptah nel tempio di Amon a Ermopoli: «Io entro davanti a voi (il
re) in forma di grande babbuino bianco». I suoi occhi devono essere stati
d’“oro”, le sue labbra di “fuoco” e le sue parole di “brace”. Si diceva che
fosse gigantesco, e in quanto tale venne soprannominato “il grande uomo bianco”
o “Thot, due volte grande, Signore del cielo”. Negli scritti della tarda
antichità, divenne poi il “tre volte grande Ermete Trismegisto”. Forse la
raffigurazione dgli antichi dei con caratteristiche metà umane e metà animali
era un modo per riportare le caratteristiche incomprese degli esseri alieni,
paragonati e venerati con animali terrestri familiari.
OC: Nei testi
dell’antico Egitto possiamo trovare riferimenti alla casa degli dei, il luogo
di provenienza di Thot e delle altre divinità/alieni?
RH: La maggior parte
delle tradizioni descrive l’origine degli “dei” solo vagamente: parla di
“cielo”, “mare di luce”, “oltre” o “cosmo”. Indicazioni più concrete sono date
dai nomi degli dei, legati alle costellazioni e ai sistemi solari. La
costellazione di Orione è spesso chiamata la casa degli dei. Nel 1994, Robert
Bauval ha proposto la sua “Teoria della Correlazione di Orione”, secondo cui le
tre stelle della cintura di Orione corrispondono alla posizione delle piramidi
di Giza. L’equazione mitologica della costellazione di Orione con la figura del
dio della morte Osiride si adatta a questa visione. Allo stesso modo, il corpo
celeste attorno a Sirio (estensione sinistra delle tre stelle della cintura di
Orione) è associato alla dea Iside. Anche le Sette Sorelle delle Pleiadi
(estensione destra delle tre stelle della cintura) sono spesso chiamate il
luogo di origine degli “dei”, e non solo presso gli Egizi, ma anche in altre
culture come gli antichi Greci o i Maya. È interessante notare che in alcuni
popoli primitivi è ancora viva una tradizione che vede nello spazio l’origine
dei loro antenati. Per esempio i Dogon, nel Mali, nell’Africa occidentale, sostengono
che i loro antenati siano venuti sulla terra dal sistema Sirio. Siamo tutti
figli delle stelle!
Reinhard Habeck (RH): L’Egitto è il punto caldo per ogni ricercatore interessato a scoprire i segreti del nostro passato. Gli egittologi stimano che solo una parte del patrimonio dell’antico Egitto, forse dal 20 al 30 per cento, è stata scoperta, classificata e studiata. La maggior parte dei tesori faraonici sono ancora nascosti sotto la sabbia del deserto; considerati perduti, sono stati rubati oppure sono andati distrutti. Alcuni misteri sono davanti ai nostri occhi, eppure la ricerca li trascura, li ignora o addirittura li sopprime. Durante i miei viaggi nella terra dei faraoni mi sono sempre imbattuto in molte cose strane e inspiegabili che ricevono poca o nessuna attenzione nei media tradizionali; tra queste vi sono reliquie che testimoniano di una conoscenza high-tech nell’antichità. Molto di tutto questo è esplosivo e avvalora l’ipotesi del paleo-SETI secondo cui migliaia di anni fa potrebbero esserci stati contatti con civiltà extraterrestri. Se si segue la tesi della paleo-astronautica, gli “dei” di cui si tramanda nei miti non sono personaggi fiabeschi, ma creature in carne e ossa, visitatori alieni giunti sulla Terra migliaia di anni fa, influenzando, come maestri cosmici, il destino dell’umanità. Questo è, in sintesi, ciò che raccontano le tradizioni di molte antiche culture in tutto il mondo.
OC: Recentemente hai compiuto alcuni viaggi interessanti tra piramidi, cripte e luoghi sacri…
RH: Sì, sono stato all’interno delle piramidi di Chefren, Micerino, Henutsen, Unas, Hawara, Lahun, Meidum, così come nella piramide di Knick, accessibile da poco tempo, e nella “Piramide Rossa”, entrambe a Dahshur. Sono anche strisciato in labirinti, catacombe e cripte, per esempio a Tuna Al-Gebel, con milioni di mummie animali; il Serapeum a Saqqara, con giganteschi “sarcofagi di granito” del peso di 100 tonnellate, fuori dai sentieri turistici ad Abydos o negli inferi di Dendera. Ho visitato anche luoghi sacri come il Marienoun di Zeitoun al Cairo, dove, dal 1968 al 1971, si sono verificati ripetuti fenomeni luminosi fotografati da migliaia di spettatori, tra cui ecclesiastici e scienziati. Il caso è ben documentato. Ciò che ha causato questi fenomeni resta sconosciuto. È interessante il fatto che questo sito sia molto vicino a quello della pubblicazione delle tavolette di Eliopoli dove, secondo la leggenda, il dio del sole Ra, assieme agli dei primordiali, salirono per la prima volta dal cielo con la “pietra del Benben”, dando inizio al mito egizio della creazione. È anche il luogo mitico da cui gli “dei” hanno iniziato il loro viaggio di ritorno a casa, nello spazio, verso le stelle!
RH: Grazie a un permesso speciale, alcune settimane fa ho potuto soggiornare nella Piramide di Cheope, per la quarta volta. Ho potuto esaminare meticolosamente e a lungo i giganteschi miracoli di pietra, dalla camera reale, la grande galleria, la camera della regina e i “condotti d’aria” fino alla camera di roccia. Lì ho visto cose che gli spiriti dubbiosi non vedranno mai. Purtroppo, perché se lo facessero, potrebbero rendersi conto che alcune delle loro critiche (per lo più preconcette) sono rivolte al nulla. Ci sono molte speculazioni sulla Grande Piramide e sulla sua funzione. Era davvero la tomba del faraone Cheope, come sostiene l’Egittologia? L’opera è anonima e il corpo di Cheope non è mai stato trovato. Allo stesso modo, non c’è traccia di nessuna delle altre mummie reali dell’Antico Regno, quando le dinastie dei faraoni vennero fondate. I sarcofagi delle piramidi erano sempre vuoti quando furono scoperti. Sono arrivati prima i ladri di tombe? Oppure le piramidi, originariamente, avevano una funzione completamente diversa? Ancora molte domande restano aperte e ci sono ancora delle incongruenze sull’età, la costruzione, i corridoi e le nuove camere che sono state localizzate con l’ultimo progetto di scansione delle piramidi da ricercatori giapponesi e francesi. Sono stato più volte nella camera incompiuta e per molto tempo, 30 metri sotto la piramide di Cheope. È uno dei luoghi più strani del mondo. Non mi sorprenderei se il quadrato fosse stato sacro e speciale anche prima della costruzione della Grande Piramide. In questa stanza ci sono delle nicchie particolari con blocchi cuboidi di pietra e un trono di pietra il cui significato originale resta un mistero. Si dice che la stanza sia stato il primo tentativo infruttuoso di costruire una tomba per il faraone Cheope, ma il suo sarcofago non sarebbe entrato in questa camera attraverso lo stretto corridoio. Non è chiaro nemmeno il significato di un pozzo profondo 11 metri e di uno stretto tunnel che conduce esattamente a sud del cosiddetto “pozzo di Osiride” e alla Grande Sfinge, che però termina improvvisamente dopo 16 metri. Perché tutto questo sforzo? I resti di quelle tombe nella camera rocciosa della “piramide di Cheope “ potrebbero essersi trovati dove sono stati sepolti gli antenati “divini” dei faraoni successivi? Sul Papiro Reale di Torino, nel Museo Egizio di Torino, sono nominati gli antenati e le dinastie degli dei, ma l’egittologia li ha relegati al regno della fantasia a causa della datazione. Se le fonti venissero riconosciute, l’egittologia ufficale avrebbe un problema: ci ritroveremmo in un passato lontano, millenni prima dei faraoni.
OC: Egitto, località Dendera, 60 km circa a nord di Luxor, 1799. «Non cercherò di descrivere l’impressione che soprattutto il portico del grande tempio fece su di noi. Se ne possono dare le misure ma è impossibile darne un’idea adeguata. Esso rappresenta nel più alto grado possibile il connubio della grazia con la maestà. Rimanemmo lì due ore, estasiati vagando tra i porticati con quel povero tapino del fellah e sforzandoci di leggere al chiarore della luna le iscrizioni all’esterno». (da Civiltà sepolte di C.W. Ceram). Con queste parole l’archeologo ed egittologo Jean François Champollion consegnò ai posteri la sua emozione nel trovarsi al cospetto di uno dei più grandi templi dell’antico Egitto. Dedicato alla dea Hathor, venne iniziato nel I secolo a.C. e successivamente ampliato dai faraoni della XII dinastia, Thutmosis III, Ramses II, i Tolomei, Augusto, Nerva, per finire con Domiziano e Traiano, ai quali si deve la porta e il muro di cinta. Una meraviglia che ha celato per secoli nelle proprie viscere quella che, secondo alcuni studiosi eretici, viene interpretata come la testimonianza di un antico sapere tecnologico.
Scrive Mariette: «I testi descrivono la scena, ma non ne danno il senso». La scena è quella dove sono raffigurate le cosiddette famose “lampade” di Dendera, che si possono ammirare all’interno della quarta cripta nei sotterranei del tempio. L’archeologia ufficiale rifiuta ogni interpretazione che riconduca a lampade, fili elettrici e accumulatori queste scoperte, affermando che si tratti solo della raffigurazione di una cerimonia di culto. Reinhard, a te la parola.
RH: Il Santuario di Hathor custodisce altri segreti, perché quasi ogni superficie, anche la più piccola, è piena di geroglifici e illustrazioni. Un affascinante documento di pietra, costruito per trasmettere la conoscenza. Conoscenze che riflettono anche processi elettrici? Per verificare questa tesi e per filtrare tecnicamente meglio tutte le informazioni, sarebbe necessario rianalizzare tutte le rappresentazioni di Dendera. Finora i linguisti hanno avuto grandissime difficoltà a tradurre. All’epoca, la classe sacerdotale usava una sorta di scrittura segreta, simile a quella degli scienziati moderni, che oggi usano termini informatici per lo più incomprensibili come “linguaggio segreto” per i profani. Inoltre, il carattere tipografico nel suo complesso è cambiato più volte nel corso dei millenni. Le parole hanno spesso molteplici significati. Nel 1869, il pioniere francese di Dendera, Auguste Mariette, pubblicò i suoi appunti sul tempio di Hathor in un’opera in cinque volumi. Il fatto che Mariette non abbia compreso il significato effettivo delle singole rappresentazioni non deve essere imputato a lui. Solo nel 1871 l’americano Thomas Alva Edison era riuscito a sviluppare la lampadina – secondo l’avido disegnatore nelle catacombe della dea Hathor prima non c’erano possibilità di confronto. L’elettricità non ha avuto alcun ruolo nel mondo di Auguste Mariette; probabilmente lavorava alla luce di una lampada a olio.
OC: Gli antichi sacerdoti egizi conoscevano l’elettricità?
RH: L’egittologia classica non è mai riuscita a spiegare in modo chiaro e logico questi strani “pilastri”, che appaiono già nelle tombe più antiche intorno al 3000 a.C. Parliamo vagamente di un “simbolo di permanenza”, di un “feticcio preistorico”, di un “albero defogliato”, di un “palo con tacche”, o di un “segno di fertilità” o della “spina dorsale simbolica di Osiride”. È certo che il termine djed ha sempre avuto a che fare con “permanenza”, “durata” e “potere”. La sorprendente somiglianza di questi supporti con i moderni isolatori ad alta tensione è solo una bizzarra coincidenza? Ogni dettaglio mostrato sui rilievi sembra avere una sua specifica funzione. L’energia gioca ovviamente un ruolo speciale. Le figure sotto le “pere” potrebbero essere l’espressione simbolica della tensione, mentre gli uomini inginocchiati potrebbero essere spiegati come la tensione opposta tra il fiore di loto e i “bracci dei pilastri djed”.
Un piramidale modello (a) in pietra del 'benben' con tanto di porta aperta dentro la qiale troviamo l'immagine di Thot nell'atto di dare il benvenuto. La somiglianza con una moderna capsula spaziale (b) è sorprendentemente intrigante.
Riproduzione delle 'lampade' di Dendera
Zecharia Sitchin nel suo “Le astronavi del Sinai” riporta la
raffigurazione di quella che, a suo dire, sembra una navicella spaziale il cui
modulo di comando, collocato nella parte superiore, era, probabilmente, anche
la vera forma del Benben che ricorda una moderna capsula spaziale.
Il Tempio di Dendera
Le tre piramidi di Giza
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